mercoledì 23 aprile 2014

Quando lo Sport diventa Arte

di Simona CASAGRANDE


Nel 1980 Moses Pendleton (campione di sci di fondo) e Alison Chase fondano i Momix Dance Theatre. Amatissimi in Italia, i Momix con le loro formazioni e le loro numerose coreografie, sono regolarmente presenti nei nostri cartelloni teatrali. Illusionisti del corpo, praticano uno stile di danza ginnico-atletico, basato su giochi plastici, per cui traggono volentieri ispirazione dalla natura con le sue forme fantastiche e mutevoli, e prediligono i toni ironici, mirando anzitutto all'evasione e al divertimento intelligente. Sono i portabandiera della formula eclettica dello “sport teatrale”, pieno di ritmo e di trovate sorprendenti.

Nel 1995 Giulia Staccioli, sulla scia dei Momix, fonda i Kataklò, compagnia internazionalmente applaudita per le qualità acrobatiche combinate con quelle teatrali. Infatti, la coreografa, dopo i suoi successi olimpici nella ginnastica ritmica si trasferisce a New York ove studia agli Alvin Ailey Studios, ed affina, poi, le sue doti nella ormai famosa compagnia americana di Moses Pendleton. In seguito, la passione e la predisposizione all’insegnamento, la portano allo sviluppo di un metodo personale di formazione che la guida anche nella creazione dei Kataklò.

Infine, la ex ginnasta, ad ottobre di quest’anno, istituisce, a Milano, anche l’accademia Kataklò, creata in sinergia con Accademia Susanna Beltrami: una scuola di formazione professionale che si basa sullo studio di danza, teatro e materie atletiche con l’obbiettivo di costruire la figura del danzatore acrobata come professionista completo preparato e qualificato.

Dopo lo strepitoso successo dello scorso anno, con “Play”, gli Atletic Dance Theatre diretti da Giulia Staccioli, il 17 dicembre 2010, sono tornati al Palalassio, con “Love Machine”.

Qui si racconta di una terra misteriosa, di un paesaggio che affascina, di un panorama che sembra essere senza fine in una dimensione senza tempo: un luogo perfetto per le avventure di due speleonauti in cerca di nuove scoperte e di nuove realtà. La fioca luce delle torce permette di cogliere solo alcuni tratti del luogo in cui si sono inoltrati.
Tutto si svolge nell’assoluta penombra, i corpi dei due esploratori, che si calano dall’alto e s’intrecciano l’uno con l’altro, s’intravedono appena. Temerari ed al contempo impacciati, i curiosi pionieri perlustrano lo spazio circostante desiderosi di svelare ogni più intimo segreto, scoprendo così che nell’oscurità si celano oggetti inconsueti: strutture con il piano superiore inclinato, involucri inerti, strani spuntoni, ostili e sinistri.
Affrontano la pendenza delle strutture e si accorgono che in ognuna di esse vive un corpo in carne ed ossa che cammina, pensa, lotta ed ama. Un corpo-macchina che rappresenta il motore della materia, la sua anima che ha voglia di vivere, di aprirsi al desiderio d’amore, divenendo così la metafora di tutto ciò che è passione e desiderio inconscio. Così accade che allo stesso modo in cui l’anima di un essere umano palpita e da vita alla materia, ognuno di quei corpi da e prende vita dalla macchina cui è indissolubilmente legato. In questo nuovo mondo non vi sono regole conosciute, ne il concetto di dritto e rovescio: agli occhi dei due pionieri, forme e pensieri appaiono ribaltati in un perfetto equilibrio.

A poco a poco i viaggiatori si lasciano coinvolgere dalla giocosa vivacità e dalla contagiosa follia d’amore di questo popolo che, attraverso la passione, la curiosità e l’intuizione, ha compiuto un percorso ricco e progressivo fino a creare una nuova dimensione in cui tutto è armonia.

Il rapporto uomo macchina è incentrato s’una visione profondamente ottimistica del mondo. È proprio l’idea dell’amore che genera il mito dell’unione; grazie alla conoscenza reciproca, la diversità diviene normalità. Come agli occhi di Leonardo da Vinci il conosciuto genera esperienza, così gli esploratori imparano a vedere ciò che li circonda da un altro punto di vista, da un’altra angolazione.


In mezzo alle originalissime musiche di Sabba D.J., spicca, proprio durante la danza dell’amore, l’eccezionale e coinvolgente brano barocco, del tedesco Johann Pachelbel, “Canone in D”: perfettamente indovinato.

A differenza di “Play”, però, l’interpretazione di “Love Machines” ha esaltato inopportunamente grandiosi effetti scenici e magici giochi di luce, mettendo in ombra le eccezionali doti atletiche dei danzatori ma, per gli spettatori, che non avevano goduto della straordinarietà dello spettacolo del 22 gennaio, sono stati settantacinque minuti di esibizione fantastica; mentre, invece, sono rimasti delusi coloro che, presenti alla manifestazione d’inizio anno, si aspettavano di vedere le eccellenti abilità acrobatiche esibite nella rappresentazione precedente.

Il teatro era, nonostante l’inconsueta ondata di freddo, comunque gremito di pubblico venuto anche da lontano, tanto che gli organizzatori hanno dovuto aggiungere numerose file di posti in platea ed il pubblico generoso, come sempre, non ha lesinato gli applausi ai fenomenali artisti, che tutti speriamo di poter nuovamente ammirare nelle loro strabilianti evoluzioni.



 

Pubblicato da GenovaZena a febbraio 2011


venerdì 18 aprile 2014

Una Vita tra i Tessuti

di  Simona CASAGRANDE


Stand numero 12. Soffitto di stoffe, pareti di stoffe, corridoi di stoffe. Ci sono velluto, chiffon, organza, seta, cotone, taffetà, georgette, jacquard, raso, broccato e tutti in talmente tanti colori che nemmeno l’arcobaleno li potrebbe contenere. E poi ricami, paillettes, perle… un paradiso per gli occhi di ogni donna che ama cucire.


In un angolo, dietro agli scatoloni ancora confezionati, perfettamente mimetizzata tra le pezze, giace una coperta verde mela dalla quale esce una lunga chioma di capelli neri, delicatamente adagiata sul pavimento.

Sandeep, ha lavorato tutta la notte e ora sta dormendo; è qui solo da due mesi, ancora non conosce l’italiano, ma dal primo giorno lavora nello stand con suo fratello.
Non abita lontano da dove lavora, ma quando non comprendi la lingua e la cultura del posto dove vivi, tutto è lontano. Ogni mattina percorre la stessa strada, gli stessi portici, gli stessi giardini e incontra sempre le stesse persone, ma troppo diverse da lei: chi corre al lavoro, chi accompagna i bambini a scuola, chi attrezza la bancarella, chi apparecchia un tavolino per leggere le carte, chi si aggira curiosando, chi pratica tai chi chuan, chi improvvisa un taglio di capelli dentro una fontana, chi attende, chi sonnecchia sul prato. Ma anche le facce che potrebbero esserle famigliari, non le capisce: sente tanti suoni differenti che non riesce ad afferrare e sono peggio del silenzio perché vorrebbe, ma non li può decifrare.

In India ci sono ben 30 diverse lingue e 2000 dialetti. Sandeep, è nata e cresciuta in un paesino del Punjab, un minuscolo stato del nord, dove si parla Punjabi.

Fin da bambina con la nonna tesseva lana, cotone, seta; crescendo ha imparato le tinture e poi a ricamare e cucire. La nonna le raccontava spesso di un uomo piccolo e minuto, vissuto molto tempo fa, Gandhi, che ripeteva continuamente che il telaio sarebbe stato la salvezza dell’India, perché l’antichissimo artigianato tessile indiano alimenta da sempre il commercio con l’estero. Per questo moltissime famiglie oggi ne possiedono uno e al centro della bandiera nazionale vi è un charka, la struttura su cui si stende la matassa di cotone da filare, simbolo dell’autonomia.
Ora Sandeep non indossa più i suoi coloratissimi saree, ma dei semplici jeans e una maglietta e guarda gli abiti del suo paese, in vendita nelle vetrine di piazza Vittorio, con grande nostalgia. Ogni giorno vede donne africane, magrebine e indiane comprare splendidi tessuti, per confezionarsi le vesti, che vorrebbe poter indossare anche lei, ma suo fratello non approva. - Le ragazze italiane non indossano certi vestiti! - Anche Gagan, se pur di religione sikh, da quando è arrivato, quattro anni fa, non porta più il turbante e ha tagliato barba e capelli: è meglio non apparire!
Sul super tecnologico cellulare, però, li accompagna un’immagine del Gurudwara (un tempio tutto d’oro), un ritratto del Guru, alcuni inni del Granth, una figura del Khanda e una foto dei nipotini vestiti di abiti tradizionali sikh. E mai si separano da Kara, il braccialetto di ferro, simbolo della loro religione.

Allo stand numero 12, Gagan si occupa delle clienti, degli ordini e dei conti: molte habitué contrattano il prezzo delle stoffe, portano via la merce e pagheranno quando non si sa, la lista dei debitori è lunga. Sandeep riordina, pulisce e la notte confeziona saree, abiti per la danza del ventre, ma più di altri lehenga (l'abito nuziale femminile) e shewani (quello maschile), per i giovani che, cresciuti qui, torneranno al loro paese per sposarsi.
Anche Gagan e sua sorella torneranno presto a casa per maritarsi, ma non con indiani cresciuti in Italia, anche se della loro stessa religione, sono troppo europeizzati.
Sandeep ha 26 anni e quando cuce i lehenga per le altre ragazze, sogna il giorno delle sue nozze e immagina già come sarà la sua veste, rigorosamente rosso-bordeaux e oro. Tra poco più di un anno sposerà un uomo che ancora non conosce, ma è già felice.

domenica 6 aprile 2014

Viaggio nel Profondo Nord

di Simona CASAGRANDE

Le vacanze estive si avvicinano e scegliere una località poco gettonata ove non trovare la folla diventa sempre più difficile. Meglio programmarsi per tempo!

L’Islanda, un’isola sperduta dell’Atlantico di soli 280.000 abitanti, appena sotto il Circolo Polare Artico, non è considerata una meta turistica particolarmente ambita, ma il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo 2011 ha stabilito, essere il Paese in cui si vive meglio. Il reddito pro capite è tra i più elevati d’Europa ed anche il livello culturale è altissimo, quasi tutti sono laureati e l’analfabetismo è inesistente.

Non solo, è anche quello che l’indice di Sostenibilità Ambientale 2010, ha messo al primo posto, grazie alle sue politiche ecologiche e di salute pubblica (il sistema sanitario è considerato tra i migliori al mondo), nonché per il suo controllo delle emissioni di gas ad effetto serra. Questo perché l'energia, prodotta qui, proviene quasi esclusivamente (93,5%) da fonti rinnovabili, infatti il Parlamento islandese nel 1998 ha deciso di eliminare tutti i combustibili fossili dall'isola ed utilizzare solo mezzi di trasporto ad idrogeno, prefiggendosi, entro il 2050, di riuscire a raggiungere il 100%.
Un paese che, nella primavera 2011, a suon di pentole e coperchi, ha fatto dimettere il governo e ha riscritto la costituzione: una rivoluzione di cui pochi hanno parlato.

Un luogo, che già solo per queste premesse, merita di essere visitato.

Con poche ore di volo, si raggiunge la capitale.
A Reykjavik, in cui risiede quasi il 40% della popolazione, oltre ai vari musei e pinacoteche si trova anche, unico al mondo, il Museo Fallologico, ove sono esposti gli organi riproduttivi di tutti gli animali presenti sull'isola.


Il Paese ha un’unica via di comunicazione fatta ad anello e asfaltata solo a tratti (Ring Road). Parallelamente alla strada, corre la via per i cavalli, poiché qua, anche i più piccini, cavalcano per le praterie per raggiungere la scuola, spesso lontana da casa anche molti chilometri. La ferrovia è totalmente assente.

Con un 4x4 si parte, così, dal Parco Nazionale di Thingvellir dove ebbe sede il primo parlamento al mondo, ma è anche il luogo ove la frattura tra la placca nord-americana e quella europea è maggiormente apprezzabile. Qui si trova una sottile e lunga fetta di roccia, circondata da immense praterie, che, altera, si erge verso il cielo, come la cresta di un vecchio drago addormentato: uno spettacolo da non perdere! Scendendo il sentiero, solo il rumore dei passi, rompe un silenzio quasi assordante, mentre le scarpe affondano nella ghiaia nera: nessun uccellino cinguettante, né grilli, né cicale, niente alberi, niente cespugli, solo erba e un po’ di muschio.
Si prosegue verso la zona dei geyser per assistere alle bizzarre eruzioni d’acqua bollente.
Ancora pochi chilometri e dietro un’alta montagna, si apre piano, piano, annunciandone, con un gran frastuono, l’immensa potenza, un grandioso spettacolo della natura: è la cascata d’oro che non potrete esimervi dal fotografare.


L’isola sembra quasi disabitata, niente auto, pochissime case, niente persone, tutto sembra sospeso nel tempo, e percorrendo gli sterminati altopiani costellati da valli verdeggianti, fiumi glaciali e vertiginose cascate, si respira un’incredibile profumo di libertà: le pecore, non sono chiuse in un recinto, pascolano sovrane da maggio a settembre; i cavalli scorrazzano tranquilli sui prati; le case tutt’intorno non hanno cancelli o muri a fare loro da cassaforte; ed ora il parlamento, ha approvato anche una legge che garantisce l'impunità a chiunque violi un segreto di stato o pubblichi informazioni riservate: militari, giudiziarie o societarie. Un Paese, privo di esercito, che ha fatto della libertà la sua bandiera.


Giunti ad Akureyri, non si può non dedicare un’intera giornata all’oceano, alla ricerca delle più grandi creature viventi, e, all’attraversamento del Circolo Polare Artico, il comandante vi farà omaggio di un certificato a testimonianza dell’evento.


Ripresa la Ring Road, appena usciti dalla città, ci s’immerge in un grande deserto di sabbia nera, vulcani, crateri e in lontananza sulle colline si vedono levarsi ovunque le lunghe colonne di vapore delle fumarole, uno spettacolo degno dell’inferno dantesco, ma poi, in fondo ad una valle, ecco, in tutto il suo splendore, la cascata degli dei con la sua mitica storia.


Si narra, infatti, che, nel X secolo, molti cittadini e diverse personalità islandesi, in seguito alle pressioni europee per la conversione al Cristianesimoabbracciarono la nuova fede, ma essendo gli abitanti dell'isola, in prevalenza pagani (adoravano, fra gli altri, Thor, Odino e Freyja), spesso ci furono scontri tra i sostenitori di una o dell’altra religione. Nell'anno 999, per scongiurare una guerra civile che pareva inevitabile, l'assemblea parlamentare nazionale decise che l'Islanda si sarebbe dovuta convertire interamente al Cristianesimo, anche se i seguaci della religione pagana vennero lasciati proseguire il loro culto in segreto. Così le statue degli dei e degli idoli furono pubblicamente gettate in una cascata dell'isola. Questa cascata da allora si chiama Godafoss, la cascata degli dei. Il primo vescovo islandese venne consacrato nel 1056. Ma ancora oggi, gli Asatruar, cioè il 5% della popolazione che ha mantenuto nei secoli la religione pagana, si ritrovano presso la cascata in occasione del solstizio d'estate per celebrare la festa della luce ed eseguono il rito contrario: dal basso della cascata lanciano in alto gli idoli quasi a volerli ripristinare al loro posto.

Sulla strada del ritorno, arrampicandosi sulle ripide scogliere, è possibile fare anche un po’ di birdwatching portando a casa splendide foto di uria e coccinelle di mare, e se avete fortuna, potete scorgere persino delle otarie addormentate s’un qualche scoglio sotto di voi.


È giunto il momento di lasciare questo paradiso per rientrare a casa, ma quando avrete bisogno di pace e tranquillità, troverete volentieri rifugio nei ricordi di quest’isola e magari deciderete di tornare un’altra volta per attraversarla a cavallo.





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sabato 16 marzo 2013

La Generosità Non ha Prezzo


di Simona CASAGRANDE
 
 
Varcando oggi la soglia delle nostre chiese il salto indietro nei secoli è immediato.

In ogni angolo si scorgono segni incontrovertibili del passato: tele, affreschi, mosaici, statue, stucchi, marmi, intarsi lignei, vetrate… quì la storia ed ancor più l’arte invadono con  indiscutibile veemenza ogni cellula del nostro essere facendoci sognare un mondo fatto di cose semplici, naturali, di sano sudore, fatica, sacrifici, stenti…. Un passato di grande devozione religiosa, un passato che i turisti di ogni dove vengono ad ammirare ogni giorno… Ma mostrando loro i gioielli di questi luoghi, ne dimentichiamo spesso uno estremamente  importante: l’organo. Uno strumento che nasce nella chiesa stessa ed ad ognuna adeguato, che cresce ed invecchia in essa e con essa, mostrandosi con infinita umiltà offuscato dall’abbagliante luce delle altre opere d’arte.

Ma come un bruco crea il bozzolo tutt’intorno a sé prima di diventar farfalla, così l’organo nel momento in cui, dalla mano sapiente si sente accarezzato, avvolge la chiesa con il suo suono armonioso lasciando spiccare il volo ad ineguagliabili melodie che con l’ambiente diventano magia e catturano per sempre il cuore di chi le ascolta. Uno strumento dolce e potente, indispensabile, che non esiste al di fuori della chiesa perché di questa ne è la voce…
Alcuni organi del nostro territorio risalgono persino agli inizi del ‘700, e pur godendo di un pregio inestimabile, pochissimi li stimano ed ancor meno sono coloro che ne conoscono il reale valore. Però, come le opere d’arte, godendo ormai di una certa età, anche questi necessitano di un restauro. Spesso le canne collassano su se stesse, quando addirittura non hanno subito mozzature o trafugazioni, le impellettature dei somieri sono talmente rovinate che necessitano un pronto intervento, le parti in legno sono consumate al punto che richiedono un’immediata ristrutturazione,  i tasti in osso ed ebano, usurati, esigono una rapida sostituzione, inoltre durante le esecuzioni i fili di ferro s’intrecciano tra di loro ed i tasti s’incantano creando non pochi limiti all’organista.

L’organo di San Bernardo in Valle di Savona è stato restaurato di recente ed il suo suono risulta ora più armonico, più pulito, più suggestivo e decisamente più potente; quello nella Cappella Sistina è in fase di ultimazione, ma nel Ponente Ligure sono centinaia gli esemplari di scuola ligure, piemontese e lombarda, che richiedono restauri urgenti ed immediati, ma purtroppo, come generalmente succede, mancano i fondi.

Il patrimonio di questi gioielli è inestimabile, e, per il valore storico, artistico, culturale nonché pecuniario che rappresentano, dovrebbero smuovere autorità, media e sponsor per il recupero ed il restauro, ma così purtroppo non è, e come al solito l’incombenza spetta al buon cuore delle persone, sensibili alla conservazione  della memoria della NOSTRA bella terra, importantissima oltretutto anche dal punto di vista turistico.

Per questo l’organista, Giorgio REVELLI, di fama internazionale, si è generosamente prestato per la realizzazione di un CD, intitolato proprio “Organi di Ponente”, il cui ricavato verrà interamente devoluto a scopo benefico per la salvaguardia di questi tesori del NOSTRO territorio.

Lo strumento scelto per la registrazione, è quello dell’ottocentesca ditta fratelli Lingiardi di Pavia (1863), che si trova nella chiesa di San Tommaso a Dolcedo (IM). Il programma proposto suggerisce all’ascoltatore molti dei colori dell’organo nelle sue condizioni attuali  attraverso 450 anni di letteratura musicale: un viaggio dalle cinquecentesche danze di Attaignant fino alle militaresche composizioni dell’ottocento ticinese attraverso le musiche di Byrd, Martinenghi, De Sermisy, Gabrieli, Ribassa, Foucquet, Cimarosa, Rinck, Lemaigre, Lefebure-Wely e Martinenghi. Una scelta di esecuzioni decisamente esilaranti piene di gioia, brio, freschezza e dolcezza, come solo un luminare, quale il maestro Revelli, avrebbe potuto scegliere.  Un CD che vale decisamente la pena di acquistare per l’impegno e l’importanza del gesto, ma anche per godere di sonorità ineguagliabili ed indelebili che valorizzano non solo la nostra biblioteca musicale, ma soprattutto la nostra ricchezza interiore.

Per l’acquisto del CD tel. 347.2927273
 
 
 
 
Pubblicato a giugno 2007



 

giovedì 14 marzo 2013

I Bambini e la Guerra

di Simona CASAGRANDE



Ieri sera in tv, mentre su diversi canali, trasmissioni di gossip e reality stavano spopolando, facendo zapping ci si sarebbe potuti imbattere in un documentario molto interessante, sui paesi in cui guerra e guerriglia dominano da anni la vita dei locali.
I media solitamente si concentrano su quei luoghi in cui sono direttamente coinvolte le nostre forze armate, tralasciando zone in cui i conflitti si protraggono ormai da decenni e sembrano non avere mai fine. Di quelli citati ieri, se ne potevano contare almeno una trentina: Colombia, Pakistan, Uzbekistan, Nepal, Myanmar, Cambogia, Sudan, Eritrea, Etiopia, Somalia, Ciad, Repubblica del Congo, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centro Africana, Angola, Zimbawe, Costa d'Avorio, Liberia, Guinea, Uganda, Ruanda, Burundi e molti altri.
 
A sentir parlare di guerra si pensa subito a bombe, morte, distruzione, feriti e mutilati, orfani, dolori fisici, sofferenze morali e psicologiche, carestie, esodi… e ci s'indigna. Ma chi non ha mai vissuto un conflitto armato, non ne conosce la reale atrocità e crudeltà, può solo presumerle. Tale filmato però non dava alcuno spazio all'immaginazione: a chi guardava, il gelo è sceso nelle ossa, il respiro si è bloccato ed ogni cellula del corpo si è letteralmente paralizzata!

 
Spesso si sente parlare di bambini soldato ed il pensiero corre a quegli stati che arruolano tra le milizie regolari anche ragazzi di 15-16 anni e già c'indigniamo, ma la verità ben più sconcertante, non arriva nelle nostre case.
Guerriglieri che entrano nelle scuole, uccidono i maestri e, minacciandoli di morte, costringono i bambini a seguirli negli accampamenti, ove, già a 5-6 anni, sono obbligati ad imparare a sparare con armi più grandi e pesanti di loro. Bambini costretti a tagliare con un'accetta, mani ad amici e parenti, solo perché si sono permessi di esercitare il loro diritto di voto. E ad un bambino troppo esile, che non è riuscito a tranciare il polso ad una donna, ma solo a spezzarle l'osso, è stata impartita una morte esemplare e sepoltura nelle latrine del campo.
Bambine che vengono strappate alle braccia dei genitori e portate negli accampamenti, per subire, a 8-9 anni, quel genere di violenza, che nessuna donna dovrebbe mai conoscere.
Sembra impossibile che la crudeltà umana possa arrivare a tanto…

 
Ed ora, ove è tornata la pace, la ricostruzione incontra ostacoli insormontabili, così carestia e miseria trovano spazio per annientare ulteriormente l'individuo. I bambini e i ragazzi liberati, rifiutati dalle proprie famiglie, perché considerati assassini e donnacce, vengono raccolti in centri d'accoglienza, insieme agl'orfani, ed ogni giorno attendono che il governo si occupi del loro avvenire, riaprendo scuole e trovando insegnanti, intanto scrivono sulla sabbia con un bastoncino di legno, sognando un quaderno, una penna e magari una vita migliore.
Ma il sole riesce a far capolino soprattutto grazie a quelle ONG (organizzazioni non governative) internazionali ed i loro volontari, che portano la speranza a queste genti, realizzando case, scuole, ospedali, strade e acquedotti…. per costruire un futuro migliore, un futuro in cui la cultura e l'istruzione saranno gli unici mezzi per combattere e vincere tutte le battaglie.
 
 
 
Pubblicato ad aprile 2007
 

 

giovedì 7 marzo 2013

Bullismo? No, grazie!

di Simona CASAGRANDE
 
 
 
Per il 30 maggio  alcuni studenti dell’Istituto Alberghiero Giancardi di Alassio hanno organizzato una manifestazione per dire NO al bullismo. L’iniziativa è partita da degli alunni delle classi IV e della V, con a capo del progetto Mattia ACCURSO e dell’organizzazione Lisa BUSÈ; hanno partecipato poi attivamente alla realizzazione anche Abigail MASSIDDA,  Valentina ALLASIA e Rodrigo PARODI coinvolgendo moltissimi altri ragazzi, anche quelli delle prime classi.

“Siamo indignati di vedere certe scene su You Tube, ai telegiornali e nelle varie trasmissioni televisive. Siamo disgustati dai nostri coetanei che non sanno cosa sia la solidarietà o il rispetto per il prossimo. Ma ugualmente siamo offesi dai mass media che mostrano continuamente immagini di quel genere di gioventù, mentre i buoni esempi vengono dimenticati. Tra di noi ci sono anche persone speciali che fanno cose straordinarie, ma non se ne parla o se ne parla decisamente troppo poco. Se se ne parlasse un po’ di più forse gli emulatori seguirebbero altre strade.”

I capofila hanno così presentato le loro idee al Sindaco e all’Assessore Zavaroni che hanno accolto con grande entusiasmo il loro progetto, sostenendolo ed aiutandoli nella realizzazione. Poi i maturandi hanno coinvolto anche altre scuole delle Baie del Sole: le medie M.Ollandini, le medie ed i licei Don Bosco, d’Alassio, e poi l’agrario Aicardi, l’ITIS Galilei ed i licei Giordano Bruno d’Albenga e tutti insieme hanno dato vita ad una grande maratona artistica.

Così il 30 maggio per ben 7 ore consecutive, senza alcuna interruzione, i ragazzi delle Baie Del Sole, hanno con grande entusiasmo e passione,  nonché  indescrivibile emozione, presentato, scolpito frutta e verdura, cantato in coro, in coppia o da soli, musiche dei Beatles, Ramazzotti, Vasco Rossi, Pausini, Prince, Madonna, Le Vibrazioni, Grignani, D’Alessio, Springsteen…… ballato hip hop, jazz, salsa, merenghe, baciata,…… suonato Mozart, Bernstein, Piovani, Chajkowski, Bizet, Nirvana, The Ramones, Police, Europe, Queen, Doors,…… recitato Benigni, sketch di cabaret e poesie senza stancarsi mai. Magari avevano lo stomaco reclamante, la voce rauca e secca, i piedi un po’ gonfi e doloranti, ma andavano stoicamente avanti certi del loro gesto ed incredibilmente convinti delle loro idee.

 Josè Antonio Abreu, direttore d’orchestra ed ex Ministro della Cultura Venezuelano, per costruire un futuro in uno dei Paesi più violenti del Sud America, devastato dalle enormi differenze sociali, ha dato vita a un sistema rivoluzionario, basato sulla cultura della musica. Josè Abreu non ha scelto la via degli aiuti umanitari, ma quella dell’arte ed in questo modo ha risvegliato il rispetto di se stessi e per gli altri”. Spiega Abigail MASSIDDA sul perchè di una maratona artistica.
“Purtroppo anche in Italia le cronache nere dei giornali sono piene della violenza che ormai permea in modo incontrollato i rapporti familiari, d’amicizia, di coppia ed in genere i rapporti sociali. Ma soprattutto ciò che ci sconvolge sono i fenomeni di bullismo reiterati dai nostri coetanei o peggio ancora da bambini. Ed in merito a questo ci siamo interrogati, chiedendoci quale sarebbe potuto essere un modo per contrastarli, per fermarli, per dire BASTA!” Esclama deciso Mattia ACCURSO.  

“Sembra inverosimile che nei Paesi in via di sviluppo in cui tutti gli sforzi sono tesi al successo economico, non si cerchi di educare la sensibilità fin dalla prima infanzia…” Dice Hind ER RACHED.
 
Eppure è proprio tramite la sensibilità che si potrebbero formare delle nuove generazioni con una capacità più profonda e completa di apprezzare la bellezza della vita.” Commenta Loris PARODI.
“Solo nutrendo l’anima troveremo le risorse per emanciparci e migliorare la qualità della vita, diventando una risorsa per la nostra comunità.” Ribadisce Lisa BUSÈ.
 “Se l’arte ha la capacità di esaltare i valori di solidarietà e reciproca compassione, riuscirà ad unire intere comunità e cambiare il profilo sociologico di un paese!” Dichiara Fabio GARASSINO.
Pur essendo, l’Italia, un Paese ricco di cultura, l’educazione artistica non è considerata uno dei fondamenti della vita culturale, ma forse potrebbe essere proprio questa una strada possibile per la crescita sociale. Suggerisce Rodrigo PARODI.
“Niente come l’arte è capace di sviluppare quella sensibilità necessaria per uccidere la violenza.” Sottolinea Anna BUSE’.

È così, grazie proprio all’Assessorato alle Politiche Scolastiche, sempre sensibile alle problematiche giovanili, questo gruppo di brillanti intellighenzie ha potuto esprimere il proprio disappunto, le proprie idee, le proprie teorie, le proprie proposte.

Ragazzi maturi che hanno riflettuto, discusso, cercato delle soluzioni, ragazzi di cui, genitori ed insegnanti, possono solo andare fieri ed orgogliosi; ragazzi che, nonostante la loro giovane età e la loro inesperienza nelle cose del mondo, hanno molto da insegnare a tanti adulti navigati. Ragazzi di cui vorremmo si parlasse di più, perché sono loro il NOSTRO vero futuro.



Pubblicato a luglio 2008



 

sabato 9 febbraio 2013

Un musical tra i cipressi

di Simona CASAGRANDE



Il 19 agosto 2006 all’Auditorium Enrico Simonetti di Parco San Rocco è andato in scena, con il quasi tutto esaurito, il musical italiano più famoso nel mondo, portato alla ribalta, nel 1974, da Garinei e Giovannini ed interpretato da Jonny Dorelly e Daniela Goggi (Don Silvestro e Clementina): “Aggiungi un posto a tavola”.
Rappresentato, nella sua versione originale ed integrale, dalla compagnia amatoriale “Musical è…” di Diano Marina è stato portato in giro con successo per tutto il Ponente Ligure: le ultime tappe a Ceriale e Diano Marina.
Attori non professionisti e giovanissimi, ma artisti completi ed instancabili (lo spettacolo, con soli 5 minuti di pausa, alle 23.30, è durato 210 minuti); tutti i 26 elementi, quasi sempre contemporaneamente sul palco, montavano e smontavano le scenografie con incredibile velocità ed agilità che sembrava quasi fosse parte della finzione, oltre a recitare, ballare e cantare con incredibile trasporto, sentimento e grande entusiasmo.
I suggestivi costumi, anni ’50, semplici, armoniosi dai candidi colori panna, créme, rosa chiaro, bianco e turchese richiamavano quelli dei più noti musical americani.
Interessantissimo il prolungamento del palco nella platea, non meno avvincente ed accattivante si è dimostrato il coinvolgimento del pubblico inconsapevole in alcune scene della commedia. Ma senza alcun dubbio è stata impareggiabile l’interpretazione degli attori: Alessandro Rinaldi (Don Silvestro), Francesca De Rose (Clementina), Marco Pesce (il sindaco), Giuseppe Socratici (Toto), Elina D’Arcangelo (Consolazione) e Laura Aichelburg (Ortensia) che nulla hanno da invidiare  ai colleghi professionisti.

Eccezionali i ballerini, sia di classico che di rap: Ivar Acquarone, Patrick Di Bella, Alessio Cifone, Valeria Campagna, Valentina Corrà, Norma Modolo, Laura Pastorino, Dalila Pera, Giulia Pesce e Valeria Restani.
Splendide le voci di Alessia Lombardo, Jessica Luongo, Alessandro Casini, Armando Cassinelli, Matteo Domenichini, Gianluca Elia e Riccardo Valiante.
I ragazzi, alla loro prima performance hanno mostrato una bravura da artisti navigati, e doppiamente meritevoli perché la loro bravura  nasce per passione e non per danaro.

Unica pecca i numerosi cellulari che squillavano continuamente tra il pubblico, ed incuranti delle proteste degli altri spettatori, “i maleducati” spesso non si esimevano neppure dal rispondere chiacchierando con amici e parenti. Inaccettabile la mancanza di rispetto per gli altri auditori, ma soprattutto per chi stava dando il meglio di se stesso su quel palco.
Purtroppo ad Alassio vi sono stati troppo pochi manifesti dedicati, valeva davvero la pena di vedere una commedia così vivace e divertente, peccato per coloro che se la sono persa! Speriamo però che venga replicata quest’inverno, cosicché tutti possano godere di qualche ora di allegria e spensieratezza con i “Musical è…”. 


Pubblicato nel settembre 2006